UN FILO LUNGO 4.000 ANNI

Tra le storie incredibili che il rapporto tra uomo e natura sa creare, quella che stiamo per ripercorrere è senza dubbio una delle più avvincenti. Riguarda  l’antico legame che unisce l’uomo al piccolo bruco di una farfalla: il baco da seta.

Un legame intrecciato da oltre quattromila anni lungo il filo più prezioso che la storia della tessitura abbia mai conosciuto.

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Risalgono infatti al 2600 a.C. le prime testimonianze scritte riguardanti l’allevamento del baco da seta. Il filosofo cinese Confucio scrisse nel Libro delle Odi ed in quello dei Riti, di una tradizione, già presente nel Celeste Impero nel III millennio a. C., in cui si attribuiva all’imperatrice Si-ling-chi il merito di essere stata la prima ad insegnare l’arte di allevare il baco da seta e di svolgerne il bozzolo.

Da quel momento in poi la Cina divenne la culla di una lavorazione unica al mondo e rimase gelosa custode dei segreti di tale lavorazione per oltre tre millenni.

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L’imperatore Giustiniano riceve dai monaci di ritorno dalla Cina i bachi contrabbandati in canne di bambù.

Fu solo nel 552 d. C. che il segreto alla base della fabbricazione della seta fu diffuso anche in Occidente. Sino a quel periodo i numerosi filati di seta presenti nei mercati dell’Impero Romano erano esclusivamente di importazione orientale. Giungevano da una terra lontana e misteriosa nota come il paese dei Seri, da cui il nome di sericoltura ad indicare l’arte della lavorazione della seta. La Storia ufficiale attribuisce tale merito all’Imperatore Giustiniano che affidò a due monaci di S. Basilio, che si recavano in Oriente per predicare il Cristianesimo, il compito di appropriarsi della tecnica della lavorazione della seta.

Questi, dopo un viaggio non privo di pericoli, riuscirono a portare in Occidente alcune uova di bachi da seta nascosti all’interno di bastoni di bambù.

Dal VI sec. d. C. la bachicoltura e la gelsicoltura iniziarono a diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo. In Italia arrivarono a partire dall’VIII secolo, grazie agli Arabi che la introdussero in Sicilia e nel Sud Italia.

In poco tempo le tecniche di lavorazione della seta risalirono la penisola, affinandosi nel Centro Italia, in città quali Lucca, che divenne, a partire dal XII sec., uno dei maggiori centri europei di lavorazione della seta. In epoca cinquecentesca il primato della sericoltura si spostò verso le regioni del Settentrione. In questo periodo la Repubblica di Venezia, in forte ascesa politico-economica, divenne la capitale della seta.

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Venditore di seta, affresco del XV sec.

Dalla seconda metà del Seicento, però, il Piemonte si fa avanti con impeto nella produzione della seta, soprattutto con filati di pregio esportati in tutto il Continente. Questo settore venne incoraggiato e finanziato direttamente dai regnanti di casa Savoia (in particolar modo Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele, che non lesinano nell’elargire favori e concessioni a filande e filatoi). I regnanti compresero fin dall’inizio i grandi redditi che la sericoltura poteva assicurare e le positive ripercussioni sull’economia locale.

Nel panorama italiano la lavorazione della seta rappresentò per oltre sette secoli un settore di assoluta eccellenza, fino al secondo dopo guerra, quando la mancanza di manodopera e la comparsa di fibre sintetiche meno costose come il nylon o il rayon ne determinarono, irrevocabilmente, il declino e la progressiva scomparsa dal tessuto economico nazionale di un patrimonio industriale unico.

baco da seta

baco da seta mentre divora una foglia di gelso.

Nonostante le alterne vicende che hanno caratterizzato la storia di questo filato, il fascino legato al filo di seta è rimasto inalterato. L’artefice, il Baco da seta (Bombyx Mori), è una tozza falena inadatta al volo e priva di colori sgargianti come le più apprezzate farfalle dell’ordine a cui appartiene. La sua notorietà è merito del bozzolo che il bruco tesse per la fase di impupamento; fase che precede lo sfarfallamento ed il conseguente raggiungimento della forma adulta.

Il bozzolo è formato da circa 20-30 strati concentrici costituiti da un unico filo di materiale proteico: la seta, che dipanato può raggiungere i 1.500 metri di lunghezza. Nella sua natura proteica (la sericina) risiedono le doti tecniche di questo filato unico in lucentezza, resistenza, elasticità, finezza e ingualcibilità.

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Bozzoli di baco da seta

Il bozzolo di seta viene tessuto dal bruco del Bombice in 3-4 giorni. Se la metamorfosi arriva al termine e il bruco si trasforma in falena, l’insetto adulto uscirà dal bozzolo tagliando il filo di seta che lo compone, rendendolo inutilizzabile. Di conseguenza, gli allevatori gettano i bozzoli in acqua bollente per uccidere l’insetto prima che questo avvenga. L’immersione in acqua bollente facilita anche il dipanamento del filo. In alcune culture il bruco, estratto dal bozzolo, viene mangiato. Alcuni bozzoli vengono risparmiati per consentire la riproduzione del baco. In questa affascinante storia occorre fare la conoscenza di un altro protagonista, questa volta appartenente al mondo vegetale.

 Il baco da seta si nutre esclusivamente di foglie di gelso, ne è così goloso che se per similitudine un bebè mangiasse e si ingrossasse quanto un baco, avremmo un adulto alto 13 metri e dal peso poco invidiabile di 35.000 kg.

Esistono due varietà di gelso, quello nero (Morus nigra), presente nel bacino del Mediterraneo da molti millenni e il gelso bianco (Morus Alba) che come il baco è originario della Cina. A partire dal XIV sec. il gelso bianco, per le migliori caratteristiche (crescita rapida, maggiore produzione fogliare) ha soppiantato quasi completamente il nero, rendendolo una mera rarità. Il gelso bianco, peraltro molto simile al nero, si presenta come un albero di modeste dimensioni, dal fogliame deciduo di colore verde scuro a formare una densa chioma globosa. Il tronco corto e massiccio viene spesso tagliato a capitozza a non più di 1,5 – 2 m per facilitare la raccolta delle foglie e dei frutti. Le foglie serviranno da lettiere di allevamento dei bachi; i frutti, al contrario, hanno notevoli impieghi alimentari e farmaceutici. La mora del gelso, bianca o rosata, costituita per l’85% da acqua, contiene proteine, fibra grezza, zuccheri; è ricca di carotene e, come tutti i frutti di bosco, di vitamina C, B1 e B2. Le more sono usate per confetture e liquori, come tonici e sedativi. Nella medicina orientale sono sfruttate per curare il mal di denti, la stitichezza, gli eczemi e la tosse. Da queste si può anche ricavare uno sciroppo ottimo contro le infiammazioni della gola e uno stimolante per l’apparato gastrointestinale.

Il gelso, bene adattato alle condizioni pedoclimatiche della pianura padana, ne è diventato uno degli alberi più rappresentativi. Almeno sino agli anni ’50, quando con la crisi dell’industria serica e la comparsa di un’agricoltura più intensiva e meccanizzata molti gelsi sono stati tagliati allo scopo di sfruttare più “razionalmente” i terreni coltivati. I gelsi sono stati confinati in zone marginali o poco interessanti sotto il profilo produttivo determinando, in tal modo, un impoverimento estetico e biologico di molti paesaggi agricoli. Attualmente, sulla lavorazione della seta sono in corso nuovi progetti di ingegneria genetica orientati a riprodurre le caratteristiche del pregiato tessuto a costi più contenuti. Gli esempi più curiosi sono l’impiego di alcune specie di ragni tropicali, molto meno docili dei miti bachi, o l’inserimento di sequenze di geni di bachi in piante di tabacco, al fine di produrre filati con analoghe caratteristiche.

A parte le bizzarre prove da laboratorio o la competizione sfrenata delle fibre sintetiche, quel che è certo è che le qualità tecniche della seta difficilmente saranno eguagliabili, e ancor meno il patrimonio storico e culturale tessuto, nel corso dei secoli, da questo filo unico al mondo.

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Percorsi della “Via della seta”.

Difficilmente un geografo dei nostri giorni riuscirebbe a trovare e a ideare una via del gorotex o una via del nylon così come fece sul finire dell’ottocento il geografo tedesco Ferdinand Von Richthofen  coniando la suggestiva e fortunata definizione di: “Via della seta”. Definizione che indicava quel lungo itinerario che si dipanava come un sottile filo dalla Cina fino alle coste del Libano, passando tra paesi da fiaba come l’Himalaya, l’Afghanistan, la Persia e la Siria, e che ha contribuito a rendere immortale questo incredibile filo e coloro che ad esso si sono legati.

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Beatrice Solano

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