LAND ART: QUANDO LA NATURA DIVENTA ARTE

 

Land art, ovvero: arte del territorio. Questa è una delle definizioni che descrivono il movimento artistico sorto in America sul finire degli anni sessanta in piena beat generation.

 

 

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Stratford-Upon-Avon, Inghilterra:Circle of life,2013

Sarebbe riduttivo costringere all’interno di una definizione il concetto di Land art, che, al contrario, è molto ampio e contiene implicazioni afferenti a molteplici campi della vita e della storia dell’uomo. La Land art che ha come fine l’unione di natura e arte diviene, da subito, un’area di ricerca artistica in contrapposizione ai canoni culturali ufficiali e un veicolo di divulgazione del sentimento ecologista sessantottino.

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Nasce, così, una corrente “natur-artistica” che affonda le sue radici espressive nei primordi della storia creativa dell’uomo (le più antiche manifestazioni artistiche sono, in fondo, segni impressi al paesaggio) e che spazia, per quanto riguarda le forme prodotte, dal clamoroso al sussurrato, dal mastodontico al minimale.

Le cronache attribuiscono la paternità del nome del movimento ad una mostra, tenutasi a Colonia nella primavera del 1969, dal titolo Land art.

Da quel momento i teorici dell’arte nella natura si staccano dalle correnti minimaliste e concettuali da cui erano partiti anni prima per sviluppare una linea artistica che ancora oggi continua a sperimentare nuove declinazioni con cui interpretare l’ambiente. Spinti dal desiderio di sottrarre la propria arte ai meccanismi utilitaristici del mercato alcuni artisti americani ed europei capeggiati da Robert Smithson decidono di slegare l’opera artistica dal concetto di estetica tradizionale e, in modo particolare, dalla spazialità precostituita del Museo e della Galleria d’arte.

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Parco di Racconigi, Biennale di arte nel parco, edizione 2013

Inizia una fase nuova nel settore della produzione artistica contemporanea in cui si assiste al ribaltamento del rapporto tra opera e spettatore. Quest’ultimo, non più chiamato ad osservare passivamente l’installazione e assumendo come dogmi inconfutabili i giudizi di valore attribuiti ai manufatti artistici da una ristretta élite di critici autoritari, è spinto, al contrario, a divenirne parte attiva, capace di attribuire, con la propria personale sensibilità, nuovi piani di lettura alla creazione dell’artista. Gli anni sessanta e poi  quelli dei decenni successivi sono anche un periodo di forte riscoperta dei valori ambientalistici. Gli eccessi distruttivi del progresso avvicinano l’opinione pubblica dei paesi industrializzati verso la riscoperta di una dimensione naturale e spingono all’elaborazione di nuovi strumenti di tutela del patrimonio naturale con la costituzione di aree protette e trattati internazionali. È in questo particolare scenario che va analizzata la Land art, come mezzo capace di indagare il difficile rapporto tra uomo e natura, rapporto che diviene, inevitabilmente, oggetto alla base di ogni opera. Sotto il profilo tecnico la Land art si può, per semplicità, dividere in due filoni principali. Il primo crea oggetti d’arte impiegando i materiali più diversi: dal marmo al ferro, dall’argilla al cemento, etc. L’opera viene concepita in funzione del contesto in cui si andrà ad inserire e una volta terminata lo scopo sarà duplice: creare una relazione dialettica tra l’oggetto artistico e l’ambiente circostante e spingere l’osservatore a ridefinire il suo personale rapporto con la natura.

Il secondo, più estremo, impone l’impiego per la creazione dei manufatti di materiali reperiti esclusivamente in loco. Non vengono utilizzate né sostanze, né colorazioni che possano arrecare danno all’ambiente. Le fasi di realizzazione della scultura dovranno essere realizzate nello stesso luogo dove l’opera verrà esposta e, cosa ancor più innovativa, la creazione, una volta ultimata, dovrà essere lasciata nell’habitat naturale prescelto, abbandonandola alla progressiva e costante degradazione causata dagli agenti atmosferici. L’opera d’arte, sorta grazie al prestito di materiali vivi come argilla, cortecce, foglie, rami, pietre, frutti, etc., restituirà a poco a poco la propria corporeità, dissolvendosi nel paesaggio che la ha generata.

Nascono, così, opere di grande forza espressiva, quali: Spiral Jetty, di Robert Smithson, una spirale che si sviluppa per quattrocentocinquanta metri sulla superficie del lago Great Sant nell’Utah, realizzata con terra e sassi in una località praticamente inaccessibile, visibile solo a volo di uccello e divulgata attraverso fotografie; Le case arboree di P. Dougherty, costruite all’interno di un bosco servendosi esclusivamente di materiale vegetale o, ancora, le Zattere migranti dell’italiano Giuliano Mauri, poste su uno specchio d’acqua vicino a Gallo matese in provincia di Caserta e destinate a diventare isole man mano che le piante che le compongono metteranno radici. L’intento di queste creazioni è quello di ricucire il legame tra l’uomo e la natura, fornendo a chi si accosta a tali lavori nuovi punti di vista per comprendere l’ambiente in cui vive, i processi di trasformazione e i sottili equilibri che reggono le bellezze del creato. Per la prima volta con la Land art si agisce sulla natura senza tentare di rappresentarla e rinunciando all’idea di creare una forma nuova. Queste installazioni, quasi sempre temporanee, non sono oggetto di compravendita e sono, in tal modo, svincolate dalle regole del mercato artistico. La decomposizione in tempi relativamente brevi dell’opera è voluta e quasi mai contrastata perché costituisce parte fondamentale del processo di creazione artistica. La connotazione peritura dell’opera serve a lanciare un messaggio chiaro e inequivocabile: nulla può durare per sempre, dato che ogni cosa deve sottostare a continui processi di trasformazione.

ALLAN POLLOK MORRIS’S LAND SCULPTURES

La caducità delle ideazioni della Land art (caratteristica stridente con gli attuali livelli di tutela e di preservazione delle opere museali) pone un interrogativo fondamentale: sono corretti i valori che attribuiamo a quello che ci circonda? È possibile considerare eterna qualsivoglia opera umana?

Domande fortemente presenti nella produzione di uno dei nomi più celebri della Land art mondiale, ovvero Christo, l’artista che ha realizzato nel corso degli ultimi trenta anni imprese macroscopiche di temporaneo intervento estetico sul territorio (esemplare è: Running Fence, 1972-1976, lunga linea di teli svolta per circa quaranta chilometri sul territorio californiano, fino al mare). Le dimensioni delle ideazioni di Christo sono tali che ogni operazione è una vera e propria epopea. Partito dall’impacchettamento di monumenti per giungere a quello di tratti naturali, egli pone in contraddizione l’enormità del processo di ogni sua impresa alla sua immediata deperibilità: “è l’arte immortale? Può l’arte durare all’infinito? Gli oggetti d’oro, d’argento e di pietre saranno ricordati per sempre?”.

Christo and Jeanne-Claude Surrounded Islands, Biscayne Bay, Greater Miami, Florida, 1980-83.

Per l’autore è una forma di arroganza credere che queste cose come altri prodotti dell’ingegno umano restino per l’eternità. Se la memoria legata alle opere di Land art è volutamente labile, la consapevolezza della loro rapida scomparsa crea una tremenda intensità emotiva e un grande coinvolgimento grazie all’unicità dell’esperienza prodotta.

Questo crescente coinvolgimento si sta manifestando anche nel nostro Paese dove la corrente in questione deriva, più marcatamente che in altri luoghi, dall’esperienza dell’arte povera di autori quali Mario Merz, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, che orientano la propria ricerca sulle suggestioni prodotte dai materiali e sul valore simbolico delle forme.  Un’arte di segni volti a non turbare il territorio ma a cercare, piuttosto, una riconciliazione, in contrapposizione alle profonde ferite inferte al tessuto naturale dall’inarrestabile avanzare della società del benessere con le sue infrastrutture, i capannoni industriali che sottraggono identità e memoria ai luoghi.

In un atteggiamento atavico risiede la forza espressiva della Land art: interrogarsi sulla precarietà dell’esistenza per ricondurre alle giuste proporzioni il lacerato rapporto tra uomo e natura. D’altro canto il successo che eventi legati alla Land art riscuotono non è casuale ma è legato agli stimoli primordiali a cui questa scuola si rifà, stimoli di cui, evidentemente, l’uomo moderno percepisce l’inevitabile bisogno.

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                                                                                                                                                                                                   Vilhelm Gunnarsson

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