L’ORO VERDE DEL MEDITERRANEO

 

Molti sono gli alberi e le piante assunti come simbolo di un paese o di una nazione, ritratti sulla bandiera di uno stato o incisi sul blasone di antiche casate.  Nessun albero, però, ha saputo rappresentare, come l’olivo, un elemento di unione tra le culture e le civiltà millenarie di ben tre continenti.

“Oliveto” di Vincent Van Gogh, 1889

Originario dell’Asia mediorientale, l’olivo (Olea europea sativa) è da oltre 5.000 anni il simbolo del bacino del Mediterraneo e di tutti i paesi che su di esso si affacciano. La longevità dell’olivo non è solo nel simbolo che rappresenta, dato che questa specie conta esemplari in piedi da oltre 2.000 anni e che, grazie alla sua capacità di rinnovazione per talea o attraverso i polloni presenti alla base della ceppaia, può avvicinarsi all’immortalità.

È in questo attributo di eternità, concetto al centro di tutte le grandi civiltà del Mediterraneo che, forse, va ricercata la chiave della sua diffusione oltre che, naturalmente, nella sua incredibile ricchezza di usi e proprietà.

L’origine dell’olivo, è molto antica; discende da una pianta selvatica di origine preistorica, l’olivastro, che poco si presta agli usi dell’uomo. Le prime tracce documentate di esemplari di olivo “coltivato” risalgono al 6.000 a. C. nei territori dell’attuale Siria, per poi diffondersi in Egitto, Mesopotamia, nella civiltà minoica dell’Isola di Creta e in tutta l’Ellade. Dal Medio Oriente è giunto in Italia solo successivamente ad opera degli esperti marinai fenici e dei colonizzatori greci nell’area dell’Italia meridionale un tempo nota col nome di Magna Grecia.

Mai come per questo albero dalla statura meno che eccellente, – gli esemplari più alti possono raggiungere i 15 metri di altezza -, il reale impiego si è accostato e, a volte, sovrapposto ad un’aurea mitica e leggendaria.

La dea Atena dona l’olivo agli ateniesi

In Grecia, questa pianta era venerata come sacra, dono degli dei. Secondo la leggenda per placare la contesa per il dominio della città di Atene tra Poseidone, dio del mare e Atena, dea della saggezza, Zeus stabilì che il vincitore sarebbe stato chi dei due avesse offerto all’Attica il dono più utile. Poseidone, infilzando il suo tridente nel terreno, fece sgorgare dell’acqua salmastra per affermare il dominio degli ateniesi sul mare; Atena, invece, fece spuntare un albero di ulivo che gli dei giudicarono come il migliore dei beni per il progresso della città e dei suoi abitanti. Un albero i cui frutti danno un succo apprezzato per dar nutrimento, salute, bellezza, medicamento, luce e calore per la casa. Da allora sull’Acropoli si coltivò un uliveto di alberi sacri.

Esempi di miti legati all’olivo sono presenti in molti testi della letteratura classica e della tradizione religiosa. Nell’Antico Testamento, nel libro VIII della Genesi è ben presente nel racconto dell’Arca di Noè. Quando le acque del diluvio universale cominciarono a calare e l’arca si arenò sulla sommità del Monte Ararat, Noè inviò una colomba in esplorazione che fece ritorno recando nel becco un ramoscello di olivo. Era il segno del riemergere delle terre fertili ospitali e della riunificazione tra Dio e l’uomo.

Tornando alla storia, la grande diffusione e fortuna di questo albero si deve al suo prodotto principale: le olive e, soprattutto, l’olio che da esse si ricava. Definito da Omero, già otto secolo prima di Cristo, oro liquido.

L’olio d’oliva o nella sua versione più pregiata: l’olio extravergine di oliva, viene impiegato, oggi, quasi esclusivamente per scopi alimentari, ma durante l’epoca delle polis greche e dell’Impero romano assolveva molteplici funzioni: dall’illuminazione alla cosmesi, dalla fabbricazione di preparati medicamentosi (impiegato per disturbi del fegato e intestino) sino a rappresentare importante merce di contrattazione economica; tanto che in Grecia ai campioni delle olimpiadi, oltre ad essere cinto il capo con serti di olivo, venivano dati in dono ingenti quantitativi del prezioso olio.

I Romani iniziarono a coltivarlo a partire dal 580 a. C. diffondendolo, poi, con forza, in tutto il loro Impero. La cultura dell’olio d’olivo registrò una forte involuzione durante le invasioni barbariche del IV e V secolo e nel corso del travagliato Medioevo, riuscendo a giungere sino a noi grazie all’instancabile opera di monaci benedettini e cistercensi che ne preservarono varietà e impieghi. Oggi l’olio è un elemento essenziale della nostra dieta per le indubbie qualità alimentari.

I frutti dell’olivo sono ricchi di vitamine del gruppo b e c

 

 L’alto contenuto di vitamine del gruppo B ed E oltre alla presenza di antiossidanti ne fanno un importante elemento nella prevenzione di numerosi disturbi dell’organismo quali: eccesso di colesterolo cattivo, problemi cardiovascolari, scarsa mobilità gastrica, etc.

In tutto il mondo l’olio di qualità parla due lingue: italiano e spagnolo.

Sono infatti le due penisole europee a contendersi il primato nelle esportazioni di questo alimento ottenuto dalla premitura in frantoio delle olive non del tutto mature nel corso delle 18-24 ore dalla raccolta, (onde evitare l’erronea fermentazione del frutto che potrebbe dare origine alla formazione di muffe).

L’Italia, che deve cedere sui quantitativi di produzione al “rivale” iberico, eccelle sotto il profilo della qualità, riconosciuta dall’Unione Europea con l’assegnazione di 37 marchi Dop, acronimo di Denominazione di origine protetta, a garanzia dell’area di produzione. Tecniche di lavorazione raffinatissime, cura del territorio, selezione di cultivar (in Italia ne esistono ben 395, tra cui: Frantoio, Leccino, Taggiasca, Grignan, solo per citarne alcune) e applicazione al settore di ricerche scientifiche fanno del prodotto italiano un vero simbolo del nostro paese, costituendo un elemento essenziale nell’economia di diverse regioni.

Prime fra tutte: Liguria, Toscana e Puglia, dove l’albero e il suo prodotto entrano a far parte di tutti gli aspetti della vita sociale e culturale dell’uomo, al punto da trasformare il momento della raccolta in un rito da celebrare e immortalare con l’Arte e le Lettere. La regione dei trulli detiene il primato del numero di esemplari, con oltre 60 milioni di piante il cui prodotto viene lavorato da 254mila aziende. Oltre l’economia anche il paesaggio e la storia pugliese sono stati fortemente segnati dalla presenza dell’olivo. Masserie e frantoi, recentemente recuperati alle ingiurie del tempo si mescolano alle forme possenti e contorte degli ulivi secolari; qui, infatti, diviene piacevole consuetudine imbattersi nel profilo dai riflessi argentei delle chiome di patriarchi arborei di straordinaria bellezza monumentale.

Per trovare gli esemplari più antichi d’Europa occorre, però, spostarsi nell’Italia centrale; in Umbria, a Trevi, si trova l’ulivo di S. Emiliano risalente al 300 d. C. Un albero carico di storia (oltre che di olive). In un antico codice del IX secolo si narra il martirio di S. Emiliano, primo vescovo della città di Trevi che venne impiccato, come si legge nel testo: “Ad una giovane pianta di olivo”.

Olivo di Sant’Emiliano, risalente al 300 d.C,

Un altro olivo da guinness si può rintracciare a Fara Sabina, in provincia di Rieti, nella frazione di Canneto, dove trova dimora, da oltre due millenni, un esemplare davvero maestoso. Stupisce l’aspetto ancora imponente della sua chioma  e lo stato di salute del tronco che supera i 7 metri di diametro.

Molti  sono gli esemplari di questa stupenda  pianta antichi e monumentali  degni di nota e soprattutto di una maggiore tutela. In un paese come l’Italia, purtroppo, che ha già poca cura del proprio patrimonio artistico è un’impresa alquanto ardua riuscire a far sedimentare concetti quali la tutela del paesaggio e del patrimonio naturale come elementi imprescindibili  della memoria storica di una cultura.

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                                                                                                                                                                                                       Mariano Salvatore

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